La lunga maratona del Covid: come fare per arrivare alla fine senza esaurirsi

Nulla sembra cambiato, ad un anno di distanza dalla prima ondata di emergenza da pandemia da Covid-19, che ha portato ad una zona rossa di parecchie settimane, con una pesante limitazione e restrizione delle libertà personali, anche rispetto a bisogni fondamentali della persona.

Ci ritroviamo a rivivere, in un circolo infinito di timide aperture e drastiche chiusure, una situazione in cui le giornate di milioni di persone si ripetono come in un dejà-vu, in uno stato di perenne incertezza. 

O forse qualcosa è cambiato: le persone sono più stanche, sconfortate, stressate, demotivate. 

Molti stanno sopravvivendo, non vivendo. Nei luoghi di lavoro (reali o virtuali), nelle proprie case, negli ospedali.

Probabilmente qualcuno dei lettori  ricorderà  il film del 1993 “Ricomincio da capo”, interpretato da Bill Murray. Il protagonista, Phil è un giornalista inviato in un remoto paesino per girare un documentario sul “Giorno della Marmotta”, una ricorrenza della tradizione statunitense. 

Il 2 Febbraio si osserva la tana di una marmotta: se l’animale esce e non riesce a vedere la sua ombra perché il tempo è nuvoloso, l’inverno sta per terminare; in caso contrario, se la giornata è bella, la marmotta potrà vedere la sua ombra, si spaventerà e tornerà in fretta nella sua tana. Ciò preannuncia che l’inverno continuerà per un altro mese e mezzo.

Per una motivo inspiegabile, il reporter rimane intrappolato in un circolo temporale per cui si risveglia sempre alle 6 del mattino della stessa giornata, e rivive costantemente gli stessi eventi, senza che apparentemente ci sia la possibilità di modificarli.

Alla lunga, questa situazione porta il protagonista allo sconforto e alla depressione, poiché gli eventi sembrano inesorabilmente segnati, immutabili, e quindi insensati.

La vita sembra non scorrere più.

Il mio ambito di specializzazione è il mondo del lavoro, e nello specifico le persone all’interno delle organizzazioni di lavoro.

Quello che osservo è che ciò che era iniziato come uno sprint verso il lavoro a distanza, il cosiddetto “smart-working” è diventata una faticosa maratona. Numerosi studi in ambito di psicologia delle organizzazioni ribadiscono che, affinchè  possano sopravvivere, le aziende abbiano la necessità di aumentare la resilienza delle persone che ne fanno parte. 

E questo passa a mio avviso attraverso molte strade, che non si escludono, ma anzi si rafforzano tra loro: a partire dal sostegno psicologico, all’attenzione al benessere organizzativo, all’ergonomia del lavoro, al bilanciamento del remote-working all’interno della giornata lavorativa del proprio personale, allo sviluppo di una leadership efficace e capace di empatia.

Qui mi vorrei soffermare su un aspetto in particolare, che tuttavia sostiene tutte le altre azioni che si possono mettere in campo per sostenere la capacità delle persone di essere resilienti: la creazione di un senso condiviso su ciò che sta accadendo e su come farvi fronte.

I leader devono comprendere pienamente con chi stanno lavorando, chi stanno coinvolgendo, perchè li stanno coinvolgendo ed in che modo. Le azioni organizzative  possono essere potenzianti, specialmente in un momento come questo, se sono chiaramente collegate ad scopo. Un “perché facciamo così” che sia legato ad una visione dell’organizzazione in cui le persone sentano e vogliano appartenere.

La struttura organizzativa, così come era 12 mesi fa, è andata perduta per gran parte della forza lavoro, quindi spetta ai leader ripristinare la resilienza e aiutare i dipendenti ad adattarsi e far fronte all’ambiente che hanno ora, in una situazione mutata, ma non “senza senso”.

Investire su progetti di co-costruzione del senso del proprio lavoro, e implementare azioni coerenti con la struttura di significato del contesto che si sta vivendo è la priorità, specialmente in questo momento storico. In una progettualità che non trascuri gli aspetti irrazionali, inconsci, emotivi del vivere organizzativo, mettendo in luce quelle che sono le risorse delle persone, e che vadano a rafforzarle, laddove la condizione di stress e burnout persistente le abbia logorate col tempo.

Ritornando al film “Ricomincio da capo”, come esce il protagonista da un giorno che eternamente ricomincia da capo?

Phil sperimenta di dedicare la sua vita intrappolata ad uno scopo ben preciso: aiutare il prossimo. Egli comprende così che in ogni singolo giorno può migliorare se stesso, nella relazione con l’altro: scoprire i suoi talenti, capire i bisogni degli altri, e i suoi stessi bisogni. L’azione impegnata, legata ad un senso personale (ed organizzativo, aggiungerei), è ciò che permette di evolvere e di uscire da quello che sembra essere “un malvagio sortilegio”, e che è in realtà un percorso per riavvicinarsi ad un senso più autentico e umano del vivere.

Dott.ssa Francesca Biolcati Rinaldi

Psicologa, Coach, Formatrice

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Giovedì 15 Aprile 2021

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