Effetti psicologici e neuroendocrini dell’isolamento da covid

La pandemia mondiale del Covid-19 tra isolamenti, quarantene, lockdown e l’evitamento costante dei contatti porta inevitabili conseguenze al nostro modo di rapportarci con gli altri e al nostro benessere psicologico. Come scrisse Aristotele (IV secolo A.C.) l’uomo ė un animale sociale, tende ad aggregarsi e a costruire delle società proprio come gli animali si uniscono in branco per ottenere aiuto e difesa. Se l’altro è portatore di una minaccia, di un virus, come si può costruire serenamente una relazione? In questo momento in cui è vietato ritrovarsi in gruppo e in cui avvicinarsi e aiutare una persona può essere rischioso perché potrebbe essere veicolo di covid, quale aiuto e quale reale sostegno reciproco? 

Le relazioni si snodano grazie a internet, ai social, alle chat, dove tutto è artificioso e dove le emozioni possono diventare piatte come uno schermo. 

L’isolamento porta inevitabilmente a un senso di abbandono e impotenza. Molti miei pazienti hanno vissuto malissimo il periodo di isolamento anche a causa di problemi psicologici preesistenti e quasi tutte le persone che hanno sperimentato una quarantena e un isolamento forzato per sintomi covid o per essere “contatti stretti”, vivono con ansia e terrore la probabilità del ripetersi dell’esperienza. Dunque i sintomi psicologici da isolamento riscontrati sono perlopiù relativi a manifestazioni ansiose, depressione, insonnia e sintomi relativi a un disturbo post traumatico da stress, che persistono anche dopo la guarigione. 

I sintomi depressivi, a differenza di quelli ansiosi e post traumatici risultano molto più persistenti nel tempo e in diretta correlazione con i valori dell’indice di infiammazione sistemica che può restare elevato anche per mesi dopo la guarigione dell’infezione acuta. Depressione e infiammazione sono correlati anche a una ridotta performance cognitiva dei soggetti che è una tipica conseguenza degli stati depressivi. Si verificano ridotte capacità attentive, di memoria, di coordinamento psicomotorio, di fluenza del linguaggio. Questi problemi contribuiscono a un rallentamento della velocità di elaborazione cognitiva. 

Chi soffre di depressione maggiore presenta livelli più alti di citochine infiammatorie nel sangue, indipendentemente dall’avere avuto infezioni virali o batteriche e questo stato infiammatorio si associa a una riduzione dell’attività di alcuni neurotrasmettitori come la serotonina; dunque forti stati infiammatori aumentano il rischio di depressione. 

Nel caso del covid se l’infiammazione non recede nei mesi successivi alla malattia acuta può svilupparsi un episodio depressivo. 

Inoltre la mancanza di contatto fisico riduce la presenza di ossitocina, un ormone che viene rilasciato proprio quando abbracciamo e accarezziamo (l’ossitocina è anche detto ormone dell’amore). L’ossitocina aumenta i comportamenti pro-sociali come altruismo, generosità ed empatia e ci porta ad essere più propensi a fidarci degli altri. L’ossitocina inoltre aumenta l’attività della corteccia prefrontale. In questo modo si regolano i comportamenti di attenzione, coinvolgimento e preoccupazione per l’altro. 

Dunque: questa pandemia che risvolti avrà sul nostro cervello, sull’empatia e sui comportamenti prosociali? Non credo che le prospettive siano le migliori visti i presupposti. Proporrei di non trascurare questi aspetti che porterebbero comunque  a conseguenze nefaste.

Dott.ssa Angela Bianco 

Psicologa Psicoterapeuta Formatrice

#Covid #quarantena #isolamento #depressione #ansia

Martedì 20 Aprile 2021

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto