Di chi è la colpa oggi?

In principio furono i bambini che andavano a scuola. Poi arrivò il momento dei runners, quello delle persone che portavano in giro il cane, i bambini (di nuovo) che osavano desiderare un giro in altalena, la movida, i quattordicenni con gli incontri abusivi in posti nascosti e le partite di calcetto. E’ stato anche il momento di quelli che pretendevano di fare il pranzo di Natale con i propri cari.

Da più di un anno i mass media ci dicono che bisogna trovare un colpevole in carne e ossa, forse complice il fatto che il virus è invisibile a occhio nudo e invece direzionare rabbia, frustrazione e paura verso qualcuno che vediamo ci viene più facile. In questo anno di pandemia da coronavirus si sono avvicendate le categorie più disparate come presunti colpevoli dell’aumento dei contagi. 

La colpa massima nonché segno di insensibilità, irresponsabilità e forse anche stupidità, pare essere desiderare un ritorno a una vita normale, una vita pre-Covid19. Negli ultimi mesi mi è capitato spesso di parlare con pazienti che si vergognavano di dirmi che erano stanchi delle misure restrittive e quando riuscivano a confessarlo correvano ai ripari sottolineando che ovviamente a loro dispiaceva per i morti e per i loro parenti. Persone stanche di indossare mascherine e di non vedere il viso e le espressioni degli altri che  un attimo dopo averlo detto mi ribadivano quanto fossero importanti (le mascherine) per prevenire il contagio. In un anno abbiamo imparato a sentirci in colpa per la Vita e per il desiderio di riconquistarla. 

Insieme al senso di colpa inevitabilmente arriva la vergogna.

Un pomeriggio di ormai due mesi fa, nel mio studio è tornata una paziente, una ragazza giovane che frequenta le superiori. Non la vedevo da qualche settimana a causa di una disposizione di isolamento e quarantena per lei e il suo nucleo familiare. Dopo uno scambio che sembrava più che altro un dialogo ingessato e un po’ di circostanza sono esplosi la rabbia e il pianto. La rabbia perchè uno dei genitori si era contagiato e questo voleva dire non essere stati attenti, non avere fatto abbastanza, essere poco responsabili. E la rabbia verso l’altro genitore per avere condiviso questa informazione con altre persone. Questa ragazza mi ha detto “Io l’ho detto solo a te, perchè tu hai il segreto professionale, non puoi dirlo a nessuno e non puoi nemmeno giudicarmi. Gli altri non devono sapere.”

Ecco qui, tutto racchiuso in una frase tanto semplice quanto categorica: gli altri non devono sapere.

Nel 2021 siamo di nuovo alle prese con lo stigma della malattia. Una malattia per altro ad alta contagiosità e trasmissibilità a detta della comunità scientifica stessa, non facilmente contenibile quindi. 

Lo stigma per la malattia storicamente porta con sé il giudizio etico e morale sui comportamenti che possono determinare il contagio, basti pensare al’AIDS o alla malattia psichiatrica. Ma cosa genera questo in noi quando i comportamenti sotto accusa sono le azioni sociali della nostra quotidianità? Stringersi la mano, abbracciarsi, baciarsi, pranzare insieme, fare una passeggiata, andare a scuola, giocare con gli amici, andare al cinema, prenderci cura dei nostri cari, fare una visita a un nonno.

Una delle prime cose che viene chiesta a chi risulta positivo al SarsCov2 è: “Ma come lo hai preso? Dove? “ Come se qualcuno potesse accorgersi del momento esatto in cui entra in contatto con un virus. Il focus dell’attenzione non è più sulla persona, sul virus, sulla malattia: è sul comportamento. Comportamento che verrà giudicato, valutato, ci si confronterà con quel comportamento per vedere se noi facciamo meglio o peggio di quella persona. Se siamo più attenti e responsabili.

Per affrontare quello che stiamo vivendo da un anno a questa parte avremmo bisogno di essere concentrati su cosa fare, sulle strategie e sui nuovi meccanismi sociali piuttosto che dividerci in fazioni che si scaricano colpe a vicenda. Sarebbe bello prendersi un istante per chiudere gli occhi e immaginare quelle mani col dito puntato che iniziano a distendersi e rilassarsi, diventare morbide e flessibili fino a diventare mani tese verso l’altro.

#Covid #colpa #vergogna #contagio #bambini

Dott.ssa Manuela Borghi

Psicologa Psicoterapeuta Formatrice

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